Adonella Marena è regista documentarista. E’ autrice dagli anni ’80 di corti e documentari, ispirati direttamente alla realtà delle sue esperienze più significative, in particolare l’intercultura, la memoria, l’ecologia. Ha fatto parte del Gruppo Comunicazione Visiva e del collettivo documentaristi Senza fiato. Ha ottenuto premi e riconoscimenti in vari festival italiani.

Ha collaborato con Rai3, ZDF Arte (rete franco/tedesca), La7, Planete, Videogruppo, Documè, Documentary in Europe. Tra le sue opere: Okoi e semi di zucca (premio Spazio Torino (1994), Facevo le nugatine (premio Spazio Italia, Cipputi e C.P.O.al Tofilmfest (1996); La combattente ‘98; La fabbrica degli animali (1999); Anime di città (2000) e Tute bianche, un esercito di sognatori (2002) (entrambi premiati al Valsusafilmfest); Notav, gli indiani di valle (2005); Non mi arrendo, non mi arrendo! (Premio Bizzarri 2006)
pillola:
un granello di sabbia infilato negli ingranaggi del sistema
La mescolanza tra la mia storia, la politica e il desiderio creativo da origine sia al mio modo di fare cinema sia ai temi ricorrenti nei miei film. Non ho scelto il genere narrativo, l’ho individuato lungo il percorso. Ho sperimentato la fiction, il reportage, il video didattico, il docu-fiction, il documentario creativo. Ma quest’ultimo mi è più congeniale perché mi permette di vivere e raccontare la realtà con uno sguardo più aperto, personale e libero, e uscire dallo schema rigido di un luogo comune che riguarda il documentario, la presunta rappresentazione oggettiva, distaccata, “scientifica” della realtà.
Il percorso è stato difficile e controverso, ma il mio retroterra di elaborazione con le donne mi ha dato chiarezza di intenti: la riflessione del femminismo sui processi di conoscenza, di interpretazione e di rappresentazione del mondo, non più legati solo a parole come razionalità, coscienza, obiettività, ma a esperienze che inglobavano anche la propria soggettività, il proprio corpo, il linguaggio non verbale o inconscio, mi hanno aiutata a dipanare il dubbio come documentarista:
cos’è sinceramente reale se non quello che posso raccontare anche col mio punto di vista e la mia sensibilità?
La soggettività non è un limite e lo sguardo delle emozioni e del desiderio non è il tradimento della realtà. Al contrario è l’uso totale della propria testimonianza, della propria presenza nella società.
Questa elaborazione è entrata nel mio lavoro di documentarista con gioiosa consapevolezza.
Costante, nei miei film è la propensione a dar voce, visibilità, dignità a storie che pur sembrando di “minoranza” o marginalità, riflettono aspetti inconsueti, stimolanti o anche scomodi della realtà.
Cerco di raccontare personaggi e situazioni che possano diventare granelli di sabbia negli ingranaggi di un pensiero unico dominante, perché rivelano pensieri nuovi, o conflitti nascosti, o ottusi conformismi .
Possono disturbare o smascherare.
Possono far ricordare.
Granelli di sabbia l’hanno gettati le migranti di “Okoi..”, con la loro fierezza, cultura, ironia e bellezza, ad allontanare l’immagine del migrante passivo e privo di risorse; la combattente ottantenne, con il rigore, la curiosità e il coraggio inossidabile nel guardare la vita; i disobbedienti delle tute bianche, che smascherano la
violenza del potere con la fantasia del corpo; gli indiani valsusini, con la loro lucida determinazione e la pratica tenace di valori in disuso, come il senso del bene comune e della democrazia partecipata.
Granello di sabbia è anche lo sguardo puro e interrogante del vitello nella fabbrica degli animali, e il silenzio della montagna, violata dal fugace sogno olimpico.
Ogni film è un’esperienza speciale, spesso lunga, che mi coinvolge nel tempo con il suo carico di atmosfere, amicizie, antipatie, studio, scrittura, azioni esaltanti o grandi fatiche. Poesia o nottate al freddo.
Non è facile entrare e uscire dalle storie, alla fine non le abbandono mai del tutto, mi accompagnano confondendosi con la mia vita.